sabato 25 luglio 2015

Visolotto - cresta SO

Al pomeriggio, dopo più di 12 ore di camminata, appare così: Visolotto 3348 m.


Però la giornata è cominciata molto prima. 
Sveglia di quelle importanti alle 2:30. Partenza in auto alle 3 per raggiungere il parcheggio di Castello (Val Varaita) alle 4:30.
Sotto una leggera pioggerellina e illuminati dalle pile frontali, partiamo alla volta del rifugio Vallanta 2450 m.
Il meteo doveva essere ottimo, invece nuvoloni scuri continuano a coprire il cielo alle prime luci dell'alba.
Dopo meno di due ore di percorso, al rifugio la situazione è questa.
Noi dobbiamo raggiungere la cresta che scende dalla cima verso di noi, alla base del canale che culmina alle Cadreghe di Viso.


Per raggiungerlo bisogna doppiare il rudere del vecchio rifugio Gagliardone e risalire questo antipatico tratto di sfasciumi, sul quale scorre anche il torrente.


In pochi minuti siamo sulle pietraie alla base del Visolotto, in cerca della traccia che porta sopra la morena del "Ghiacciaio" di Vallanta.



Il tempo sembra migliorare, quando attacchiamo la parete Ovest.
Il tratto basale della via, non corre proprio in cresta, ma la ritrova solo dopo aver superato il primo torrione restando sulle facili roccette a Ovest.



Saliamo molto veloci ancora slegati questo facile tratto a gradoni.




Danilo ricerca tracce di passaggio, appaggiato a Punta Due Dita. Fino in cima troveremo solo tre chiodi e due cordoni. La via non è molto frequentata.


Iniziano ad aumentare pendenza e difficoltà, quindi progrediamo in conserva protetta, con una mezza corda da 60 m doppiata.



Al riparo sotto le rocce della cresta, che ancora non abbiamo incrociato, sentiamo il forte rumore delle raffiche di vento. Siamo un po' spaventati da cosa troveremo dopo. Fortunatamente al nostro passaggio solo qualche colpo di coda della perturbazione, ma niente di più.


Danilo arriva ad affacciarsi sulla cresta.


D'ora in poi sarà lei il nostro filo di Arianna per raggiungere la vetta.
Un filo, che al contrario delle apparenze, sarà molto lungo e articolato e ci porterà via tanto tempo, nonostante la progressione in conserva, ci accorci di molto le tempistiche.



Spuntoni e fessure per proteggersi non mancano.


Io risalgo da dietro a tempo di corda, "pulendo" man mano le rocce, toccate dal nostro passaggio.


Finito il materiale, Danilo mi assicura mentre risalgo a portargli le fettucce e la ferramenta usate.


Ci siamo quasi... o no?



Per salire tocca scendere qualche metro e superare un traverso aereo. Il vento pizzica le corde, che invece di suonare, sbattono e si incastrano tra le rocce.


Siamo quasi all'altezza delle Cadreghe di Viso, 3190 m e sono ormai alcune ore che siamo con le mani sulla roccia.


Da qui la salita si impenna. Solitamente la via quando incontra difficoltà elevate, quali strapiombi o muri lisci, tende a superarli, deviando verso sinistra.


I soliti 30 m di ritardo dal mio compagno. Si va in due in montagna, ci si definisce "in cordata", ma per lunghi tratti è come esser da solo.



La traccia di salita è sempre un po' da ricercare. La mancanza di protezioni fisse, significa soprattutto non avere un riferimento sul percorso da seguire. Questo risalta la fantasia dello scalatore, che nell'ambito di pochi metri può decidere il passaggio che più lo attira.
Nella foto sotto, invece è un vecchio chiodino infilato davanti a Danilo a dargli l'imput esatto. In linguaggio alpinistico, quel chiodo, messo in quel punto, invita a traversare verso sinistra sopra di un minuscolo balconcino.
Al mio passaggio la roccia, molto abrasiva, farà effetto velcro sulla corda, trattenendo il suo scorrere. Come al solito accade in situazioni delicate, in cui nessuno sa se la corda tira, perchè incastrata o per la sosta di uno dei due. Le radioline per comunicare, ci aiutano a capire il problema e a superarlo.


Il lago con il rifugio Vallanta, ormai bassi sotto i nostri piedi.
Anche se ci teniamo stretti alle rocce, la vista che si ha da qui, sembra veramente quella di un'aquila in volo.


Ormai in alto vediamo distintamente le tre punte: da destra c'è il Picco Montaldo, 3344 m, il Picco Coolidge, 3340 m, e sopra le nostre teste il Picco Lanino, vera cima del Visolotto, 3348 m.


Siamo a pochi metri dalla vetta. Ho appena faticato, "ghisandomi" le braccia, a risalire un muretto in cui si era nuovamente incastrata la corda. Stanchezza, disidratazione e il non aver mangiato nulla in un ambiente così freddo, da ormai molte ore mi fanno venire i crampi alle dita delle mani. Accordo un momento di ristoro, che mi schiarisce anche le idee. La stanchezza fisica finisce per togliere lucidità in testa.


Ultimissimi passi prima di toccare la croce di vetta.


Panorama grandioso. Solo il Re ci supera in altezza. Ma verso Nord niente ci guarda da posizione più elevata. In primo piano la Punta Gastaldi, 3214 m, seguita da Punta Roma, 3070 m, (rimaste le due punte mancanti dal Viso verso Nord), Punta Udine, 3022 m, Punta Venezia, 3095 m, Rocce Fourioun, 3153 m, Monte Granero, 3171 m e la Meidassa 3105 m.


Ad Ovest, spicca Punta Tre Chiosis, 3080 m, davanti ai restanti 3000 delle valli Varaita e Maira.


La vista sul Pian del Re, quasi 1500 m più in basso, e sui laghi della Valle Po, è veramente da vertigine.


Poi dietro rimane lui, che sminuisce qualunque altro concorrente: 3845 m.


Adesso tocca a noi, farci fotografare sulla massima elevazione del Visolotto, montagna che da bambino credevo non avrei mai salito in vita mia, che quindi neanche consideravo.



Pochi aerei metri di trasferimento per raggiungere le calate in doppia, poste nel solco che ci divide dal Picco Coolidge, e poi si scende lungo la normale, nella parete Sud.


Soste su cordoni messi a circondare spuntoni appena accennati. Le prime sono così. Poi una sosta su chiodo ed una su spit.
Vedendo altri spit, messi quasi a caso, in posti come dalla croce, viene da chiedersi perchè non attrezzare con soste più sicure, la via di discesa.


Il canalone in cui scendiamo, mentre recupero la mezza corda da 60 m sulla quale ci caliamo.


Una penosa discesa, fatta di storte e inciampamenti vari, ci porta 15 ore dopo, nuovamente al parcheggio di Castello.
Giornata lunga e stancante, tanto quanto la soddisfazione che proverò dal giorno seguente, con la fatica nelle gambe in ricordo della nostra sfacchinata.


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